Laura è una donna come tante che, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, affida la sua esperienza vissuta qualche anno fa alla penna della “nostra” Mariaelena.

Ne nasce un racconto. Un racconto breve che è quasi una istantanea.

Pochi minuti in cui l’interiorità di Laura quasi si emulsiona con ciò che accade dinanzi agli occhi suoi ed a quelli della sua piccola, Giorgia.

Già perché Laura e Giorgia stanno assistendo all’abbattimento dell’Ecomostro di Alimuri, di cui oggi si celebra l’anniversario.

Quella polvere, la polvere del vecchio scheletro di cemento, diventa la polvere del vecchio scheletro di un amore che non è più amore.

Buona lettura e… buon ascolto.

Johnny Pollio

 

LA POLVERE DI NOIracconto

Meta di Sorrento, 30 Novembre 2014

Credevo di essere in anticipo, invece c’è già una gran folla accalcata lungo gli affacci della marina di Meta. 

Tutta questa confusione stride con la quieta maestosità del mare; oggi è liscio come una tavola, immobile  come i costoni tufacei sormontati dai rigogliosi pini: si riflettono nelle acque, le tinteggiano di una cromia più scura.

Sembra tutto più pittoresco, si respira un’aura di poetica malinconia.

Mi faccio spazio fra le persone, ho una calma costruita, quasi artefatta.

Giorgia mi guarda incuriosita. Avrà avvertito  qualcosa di strano, di diverso.

Ai bambini non si può nascondere nulla.

Sono appena andata a prenderla, era dai miei genitori.

«Laura, cos’hai?», mi ha subito chiesto mia madre. Nemmeno a lei si può camuffare niente.

Le ho sorriso evasiva, badando bene di coprire i segni dei lividi,  degli ematomi, dei rossori…

Ho preso la mia piccola  e son venuta qui, a Meta, a Piazza Scarpati.

Non sarei riuscita a tornare  tra le quattro mura di casa, anche se, da oggi, lui non ci sarà più.

Guardo Giorgia, che bel visino che ha: nasino all’insù, bocca a cuore e… occhietti tristi. Chissà cosa avrà compreso di tutta questa situazione.

«Mamma, perché c’è tutta questa gente?», mi domanda con la sua vocina dolce. Ha solo quattro anni, ma si pone già come una donnina: discute, scruta, osserva, chiede.

«La vedi quella struttura ai piedi della montagna? Tra pochi minuti la  faranno esplodere».

Resta in silenzio, con l’espressione incuriosita di chi vorrebbe fare tante domande.

Le racconto la storia dell’Ecomostro di Alimuri, di quello che avrebbe dovuto essere un lussuoso hotel sul mare, poi trasformatosi in uno scempio ambientale.

L’albergo non è mai stato completato, i lavori bloccati, l’area dichiarata inedificabile.

Diciottomila metri cubi sovrastati da uno scheletro cementizio da ormai mezzo secolo.

La gente si è ormai abituata a vederlo. Una presenza ingombrante ed inutile, certo, eppure sembra  ergersi come la carcassa di un  tempio che giganteggia ai piedi del costone roccioso di Punta Scutolo.

«Un po’ mi dispiace», sento farfugliare da qualcuno.

Il mio, di dispiacere, è un altro: d’ora in poi Paolo  non vivrà più con me e Giorgia.

La nostra storia finisce qui, nello stesso giorno in cui, dopo una contrastata vicenda giudiziaria, la tanto attesa demolizione porrà la parola fine a quello che avrebbe dovuto essere l’elegante albergo di Alimuri.

Ho sentito il bisogno di esserci, di assistere anche io a questo epilogo.

Lo vivrò un po’ come la consacrazione del disfacimento del mio matrimonio.

Da un paio di anni Paolo ha iniziato a bere. Il licenziamento prima, la morte del padre dopo. Saranno state anche queste esperienze a cambiarlo.

Non  voglio giustificarlo, ma l’uomo che ho sposato più di cinque anni fa e che conosco da almeno un decennio, non era così.

Le cose sono precipitate nel giro di pochi mesi.

Non potevo contraddirlo su nulla, era diventato sempre più litigioso, scorbutico.

Ha iniziato a picchiarmi per motivi anche futili, ogni pretesto era valido per esercitare la sua autorità.

Non è stato facile nascondere tutto alla piccola Giorgia: ho fatto il possibile per evitare  questioni con lui, e quando proprio non se ne poteva fare a meno, se la bimba era presente, dalla mia bocca non usciva un grido.

Ho sempre cercato di  proteggerla da quest’incubo durato troppo a lungo.

«Mamma, ma quest’esplosione farà paura?», mi chiede adesso con aria preoccupata.

La rassicuro e vorrei riuscire a darle certezze anche per il futuro.  Dovrò spiegarle che il suo papà non abiterà più con noi, da oggi ci saremo soltanto noi due.

«Tu non sei niente! Non vali niente tu! Hai capito?»

Mi sembra di sentire ancora la rabbia di  Paolo.

Gridava così, appena qualche ora fa, quando le forze dell’ordine lo hanno portato in caserma per la mia denuncia. Dopo l’ennesima spinta, gli schiaffi in faccia, i capelli strattonati, il pugno serrato nello stomaco.

Oggi le ho prese di santa ragione, fino a quel barlume di lucidità, tardivo ma salvifico.  1-1-2.

Ho digitato con velocità i tasti del telefono, per la mia disperata richiesta d’aiuto.

Lui era in preda alla follia, sembrava un ossesso. Che fine ha fatto il Paolo di una volta, l’uomo premuroso e pieno di attenzioni? I suoi baci, le carezze? Nulla più, solo un delirio di gesti violenti, di atteggiamenti prepotenti ed ostili.

Intanto, gli elicotteri per le riprese video dell’abbattimento dell’Ecomostro sorvolano il cielo grigio di questa uggiosa domenica di novembre.

Il rumore del flappeggio delle pale si mescola a quello del vocio della gente, ma nelle mie orecchie rimbomba solo il suono sprezzante delle sue parole:

“Tu non sei niente!”

Oh no, si sbaglia! Io valgo. Sono forte ed andrò avanti. A questa  delusione seguiranno momenti migliori, perché voglio sia così. La vita continua.

Ci siamo quasi.

Mancano pochi minuti all’ora “x”.

Giorgia si avvicina per porgermi la mano.

Cala il silenzio, solo qualche ultimo brusio di voci.

Anche il mare quieto sembra imprigionato nella stasi gravosa del momento.

Stringo forte la manina della mia bimba.

Tre, due, uno … ecco, un rumore assordante, improvviso, seppur preannunciato, si propaga.

Rimbomba forte nella montagna, tuona potente a più riprese.

Dodici secondi appena.

Milleduecento microcariche esplosive e l’Ecomostro scompare.

Al suo posto una massiccia coltre di fumo s’innalza nell’aria, finché il vento non la spinge lentamente dietro gli scogli.

Dodici secondi di impauriti volatili sfreccianti nel cielo, di espressioni incredule della gente, di applausi isolati;  il volto rugoso ed assorto dell’anziano affianco a me vibra ancora d’emozione.

Piango.

Asciugo le lacrime per non farmi vedere da Giorgia, ma la commozione resta.

Quest’esplosione mi è entrata nel cuore, lo ha centrifugato e poi si è trasformata in una nube di polvere.

La polvere di noi, Paolo.

La parte alta della struttura sembrava opporre resistenza, mentre le mine agivano dal basso. Poi è crollato tutto.

Le travi cementizie si sono incrinate, ammassate e disintegrate fino a sparire.

I detriti si sono scagliati violenti sulle acque calme del mare.

Adesso resta solo il fumo e l’eco di quel boato. Col suo fragore impetuoso mi ha urlato:

“Cosa credi? Non sarà  facile: tutta la tua vita sta cambiando!”.

Riaffiorano i ricordi, quelli belli. Penso ai tanti momenti trascorsi con lui, alle esperienze condivise insieme; alla piccola Giorgia, la memoria indelebile della sua parte buona.

Quasi mi sembra di non farcela a voltare pagina.

Tentenno, tutta la determinazione e la decisione raccolte finora sembrano sgretolarsi come quest’impalcatura di cemento.

Ci vuole coraggio a mettere un punto per cambiare direzione, ma forse ci vuole più coraggio a restare.

Alzo le maniche del pullover, mi guardo le braccia consumate dai segni di una folle ferocia scagliata contro di me.

Non è  amore questo.

Perché non l’ho compreso prima?

Mi sono ostinata a difenderlo. Ho sperato si trattasse di una fase passeggera e mi illudevo che prima o poi le cose sarebbero cambiate.

Invece no. Sempre peggio.

Devo arrendermi, non posso più  aggrapparmi ai ricordi dei tempi  andati.

Resta un senso di vuoto, di sgomento.

La folla è ancora accalcata a scattare foto.

Una signora riflette ad alta voce sui paesi dove c’è la guerra, dove esplosioni come queste non sono preannunciate e devastano intere popolazioni.

Qualcuno ha il volto intristito. La mia malinconia allora non stona, si adatta a quest’atmosfera mesta.

Osservo la montagna frastornata, invasa dai resti ammassati  dell’Ecomostro.

Tra qualche mese  sarà  diverso. Tutto sarà ripulito e riaffiorerà l’antica immagine di Punta Scutolo.

Anche io pian piano mi libererò della devastazione subita finora.

Adesso è presto, il mio corpo è segnato, l’animo ancor di più.

Cumuli di  polvere anche per me, ma in qualche modo ne uscirò.

C’è Giorgia con me.

«Mamma, però è stato un pochino spaventoso!», esclama pensierosa.

«Sì, ma adesso è  passato, piccola. Tutto passa, sai?»

  Mariaelena Castellano