Oltre alle statue onorarie  ed al busto ritratto, di cui mi sono occupata nella scorsa lezione, un’altra tipologia scultorea tipica dell’arte romana è il rilievo storico-celebrativo, consistente in decori plastici raffiguranti eventi storici raccontati in chiave celebrativa e propagandistica.

Questo genere ornamentale si diffonde in età imperiale, quando l’esigenza di glorificare il culto dell’imperatore trova eco nell’edificazione di prestigiosi monumenti a lui dedicati ed impreziositi appunto dai rilievi narranti le sue eroiche imprese militari o i suoi successi politici.

Il rilievo romano vanta una sapiente perizia tecnica ravvisabile nelle ponderate impostazioni prospettiche come negli studiati effetti chiaroscurali. Tra i più celebri esempi si ricordano i decori scultorei dell’Ara Pacis Augustae(*), dell’Arco di Tito(*) e della Colonna Traiana(**), per la descrizione dei quali rinvio alle sottostanti schede di approfondimento.

Mariaelena Castellano

DENTRO L'OPERA

ARA PACIS AUGUSTAE   (13-9 a.C), Roma.

L’Altare dedicato al periodo di pace promosso dal primo imperatore Augusto si trovava in origine in Campo Marzio, luogo di partenza dei cortei trionfali. Oggi è invece collocato in prossimità del Tevere, in un museo pensato appositamente per contenere questo monumento, dopo la sua lunga fase di recupero iniziata sin dal XVI secolo e conclusasi nel 1938 con la ricomposizione finale.

La costruzione dell’opera fu decretata nel 13 a.C. dal Senato per celebrare il ritorno vittorioso di Augusto dalle campagne militari in Gallia e in Spagna  ricordarndo così la fine delle guerre civili e l’avvento di una durevole pace interna ottenuta dall’imperatore.

Il monumento, inaugurato nel 9 a.C., fu costruito in marmo lunense, in origine ravvivato da vivaci policromie che contribuivano ad evidenziarne il forte carattere comunicativo. Esso consiste in un recinto pressoché quadrato, privo di copertura  ed elevato su un basso podio nei cui lati brevi si aprono due ingressi, uno solo dotato di gradinata per consentire l’accesso all’altare interno.

Pochi gli elementi architettonici inseriti nella struttura: una semplice trabeazione lineare a tre fasce come coronamento e lesene corinzie disposte accanto ai portali e nelle soluzioni angolari.

Un ruolo significativo è invece giocato dalle ricche decorazioni scultoree che rivestono l’intera opera, sia internamente che all’esterno.

La parte interna, sobria, riproduce nella porzione inferiore una staccionata in legno, chiara allusione ai primi altari romani. Un raffinato fregio decorato a palmette fa da elemento separatore dalla porzione superiore, caratterizzata da rigogliosi festoni di frutta appesi tramite nastri ondulati a dei bucràni (ossia teschi di buoi, in riferimento ai riti sacrificali dell’altare).

Anche la  parte esterna, dalla più complessa regia decorativa, è  distinta in due registri, stavolta separati da una fascia a meandro. Quello inferiore è caratterizzato per tutti e quattro i lati da un elaborato fregio con ornamenti vegetali a girale in cui s’inseriscono fiori, frutti e piccoli animali. Quest’encomio naturalistico rappresenta sia un canto dell’abbondanza multiforme della vita, sia un chiaro riferimento agli aulici stilemi ellenistici.

Nel registro superiore si snodano scene figurate: ai lati degli ingressi trovano posto  immagini mitologiche, mentre sui due lati lunghi si svolge un corteo processionale.

Dei quattro pannelli con racconti mitologici che ornavano le entrate, soltanto quello raffigurante la personificazione della feconda Terra Madre  risulta ben conservato ed è un palese tributo ai benefici effetti della politica augustea.

Nel  corteo processionale si realizza appieno il concetto di rilievo storico-celebrativo: la scena è interamente dominata dai membri della famiglia imperiale, disposti in un solenne momento, che si è tentato di riferire al 13 oppure al 9 a.C. in relazione alla cronologia dell’Altare. In realtà , la raffigurazione di Augusto come Pontefice Massimo (carica ottenuta dopo il 13 a.C.) e l’inserimento di Agrippa (morto nel 12 a.C.) esclude entrambe le ipotesi, collocando questo evento fuori da un tempo definito e da uno specifico avvenimento storico. Attraverso quest’iconografia s’intende piuttosto esaltare la successione imperiale e l’esaltante fiducia nel futuro di Roma.

Il riferimento tecnico a Fidia e ai marmi del Partenone viene meno nei volti degli effigiati, delineati con somiglianza fisionomica, secondo la consuetudine tipica della ritrattistica romana. Più impersonali e idealizzati risultano, invece, i sacerdoti, in quanto rappresentativi dell’autorità statale.

Le figure, avvolte nei ricchi panneggi delle loro vesti,  seguono un serrato ritmo compositivo, animato dai delicati effetti chiaroscurali e dal senso di profondità suggerito dalle disposizioni dei personaggi a più livelli.

PER SAPERNE DI PIÙ…

(*)Gli archi onorari e il rilievo storico celebrativo nell’arco di Tito

Durante l’età dei Flavi (69-96 d.C.) si afferma la tipologia dell’arco di trionfo, adoperata come monumento permanente a ricordo perenne dell’imperatore a cui è dedicato.

In origine gli archi onorari venivano costruiti in legno per essere smontati dopo il passaggio del corteo trionfale a cui dovevano fornire gran solennità.

L’Arco di Tito (81-90 d.C.) rappresenta il primo esempio di arco trionfale realizzato con materiali più nobili e durevoli  per consacrarne nel tempo il valore celebrativo.

Il monumento, collocato all’ingresso della Via Sacra, nel Foro Romano, per commemorare la conquista di Gerusalemme, presenta un unico grande fornice (apertura ad arco) ed è costruito in opera cementizia ricoperta dal marmo. I pilastri laterali poggiano su alti plinti e una massiccia fascia superiore posta a coronamento ospita l’iscrizione dedicatoria. All’interno del fornice trovano invece posto due pannelli scolpiti con scene relative al Trionfo: l’imperatore Tito sul carro trionfale e la sfilata dei soldati con il bottino di guerra trafugato dal Tempio di Gerusalemme.

In particolare, in quest’ultima raffigurazione, il rilievo storico-celebrativo presenta considerevoli innovazioni nella resa spaziale, più flessuosa e con singolari effetti dinamici.

A Roma si conoscono ad oggi altri due esempi di arco trionfale, entrambi a tre fornici: quello di Settimio Severo, eretto a inizio del III secolo d.C., e quello di Costantino, il più grande finora conosciuto, costruito tra il 312 e il 315 d.C., attraverso il recupero di parti decorative e strutturali ricavate da precedenti monumenti.

Arco di Traiano, Benevento.

Numerosi risultano poi gli archi onorari edificati nelle province romane. Restando in Italia, menziono l’Arco di Augusto a Rimini (27 a.C.), l’Arco di Traiano a Benevento (114-117 d.C.) e l’Arco di Adriano a Santa Maria Capua Vetere (130 d.C. ca).

DENTRO L'OPERA

LA COLONNA TRAIANA (110-113 d.C.), Roma.

Oltre all’arco trionfale, un altro monumento celebrativo romano  è la  colonna onoraria coronata dalla statua del personaggio a cui è dedicata.

Con l’imperatore Traiano si afferma, inoltre,  la particolare tipologia della colonna coclide, percorsa all’interno da una scala a chiocciola (da cui appunto il termine “coclide”) e decorata all’esterno da un fregio spiraliforme.

La Colonna Traiana, di ordine dorico, in marmo lunense, trova posto nel Foro di Traiano, in un cortile dove sembra si trovassero due biblioteche dai cui alti  loggiati era possibile un affaccio atto a facilitare la visione del monumento.

Secondo un orientamento condiviso da più studiosi, l’autore di questa colossale opera, passato alla storia come “Maestro della Colonna Traiana” coinciderebbe con l’architetto Apollodoro di Damasco, designato anche come progettista dell’intero complesso del Foro.

Detta “centenaria” in quanto il suo fusto raggiunge i 100 piedi romani (pari a 29,77 metri), la colonna perviene ad una sommità di quasi 40 metri insieme al piedistallo e alla statua  di Traiano collocata a suo coronamento, riproponendo così l’altezza della sella tra i colli del Campidoglio e del Quirinale, prima dell’intervento di sbancamento effettuato per la realizzazione del Foro.

L’opera assolveva anche a una funzione commemorativa, poiché l’alto basamento a forma di dado conteneva l’urna con le ceneri dell’imperatore, trafugate  tre secoli dopo dai Visigoti, durante il saccheggio di Roma.

Anche della statua bronzea collocata alla cima si sono perse le tracce sin dal Medioevo e nel XVI secolo, durante il pontificato di Sisto V, essa è stata sostituita dalla statua raffigurante San Pietro, secondo una logica di conversione del monumento al culto cristiano.

La funzione onoraria della colonna continua però ad essere garantita dal rilievo storico celebrativo dello spettacolare fregio spiraliforme, che avvolge il suo colossale fusto  allargandosi man mano che si procede verso la sommità, in modo da compensare l’effetto ottico di rimpicciolimento visivo delle scene in concomitanza con il crescere dell’altezza.

L’accortezza della progettazione si accompagna all’attenzione mostrata nella presentazione degli episodi, tutti curati nei minimi particolari e resi con grande efficacia descrittiva: la fascia scultorea si sovrappone alla colonna come un lungo papiro in cui attraverso le immagini si narrano le imprese delle due vittoriose campagne di Traiano in Dacia (regione corrispondente ai territori delle odierne Romania, Bulgaria ed Ungheria). Chiara l’allusione alla vicinanza delle due biblioteche: anche la Colonna Traiana risponde infatti ad una funzione documentaristica.

Il racconto si snoda come la pellicola di un reportage di guerra per coinvolgere gli osservatori, rendendoli partecipi non solo dei fatti bellici, ma anche di tutte le fasi caratterizzanti la vita dei soldati durante le spedizioni militari: dalle marce alle costruzioni degli accampamenti; dai discorsi dell’imperatore agli scontri con il nemico. Il tutto arricchito da un’emotività narrativa fondata sulle tematiche del sacrificio e dell’operatività edificatoria dei Romani, ma anche  sul valore del rispetto nei confronti dei vinti.

Per quanto concerne lo stile, le 155 scene proposte sono pervase da una sobria compostezza e da un equilibrio di ascendenza classica, enfatizzate però da un maggior dinamismo ravvisabile in particolare nelle rappresentazioni a volo d’uccello,  ossia immagini rese come viste dall’alto.

A tali qualità, espresse con una sapiente regia compositiva, si aggiungeva inoltre la vivace policromia dei rilievi, in origine dipinti. Oggi, perduto questo pittoresco risultato decorativo, a testimonianza della marcata espressività dell’opera, resta il singolare effetto di aggetto plastico delle figure, reso attraverso uno studiato solco dei contorni, che supera  i limiti di un rilievo molto basso, nonché privato dell’originale colorazione chiaroscurale.

VISITIAMO!

 UN ESEMPIO DI RILIEVO DI ETA’ ROMANA NEL MUSEO VALLET

Per un rimando al territorio, come nella scorsa lezione dedicata alla statuaria romana, anche in questa argomentazione  sul genere scultoreo del rilievo, il museo “G.Vallet” di Piano di Sorrento offre testimonianze in merito.

Si tratta dei resti di tre rilievi marmorei esposti nel piano superiore, nella sala dedicata ai resti delle ville romane sorrentine.

E´ ipotesi pressoché condivisa che le  lastre, probabilmente risalenti all’età adrianea, decorassero il salone di una villa situata sulla Punta del Capo di Massa, in prossimità della Marina di Puolo.

Dall’analisi di queste scene – raffiguranti “Il sacrificio di Diana”, “Il corteo dei Satiri” e “Il culto dionisiaco”- si può ben comprendere l’ambientazione sontuosa della suddetta villa, come dimostra il rinvenimento ivi effettuato di altri resti fastosi, tra cui due capitelli corinzi, anch’essi esposti nel Museo Vallet, accanto ai tre rilievi.