Come si è detto nella scorsa lezione, l’Impero Romano d’Oriente sopravvive a quello d’Occidente durando fino al 1453, l’anno in cui i Turchi espugnano la capitale, Costantinopoli.

In tutti questi secoli e sin dall’Età Tardo Antica, in questo vasto territorio s’ impone un linguaggio artistico sontuoso e raffinato, noto come Arte Bizantina, dal nome dell’antica colonia greca di Bisanzio, che nel 330 assume il ruolo di “Nuova Roma” e viene ribattezzata Costantinopoli, in onore dell’acclamato imperatore.

La potente città collocata sulle rive del Bosforo, l’attuale Istanbul turca, gode di una vantaggiosa posizione geografica, in quanto ideale ponte tra Oriente ed Occidente, tra Asia ed Europa. Bisanzio continua pertanto la sua ascesa, ponendosi come il centro di un nuovo impero che ha man mano riconquistato quasi tutte le aree costiere mediterranee. La Roma novella viene dotata di possenti mura, di una grande piazza e di imponenti palazzi pubblici atti a fornire un’immagine solenne alla città capitale.

Occorre, però, precisare che quella che noi oggi definiamo civiltà bizantina a quel tempo era invece identificata come la civiltà erede e continuatrice del grandioso patrimonio romano. Questa visione ancora legata al passato classico dura almeno fino al principio del IX secolo, quando ormai i tempi sono caratterizzati dalla nuova cultura medievale.

In ambito artistico, si può dire che il linguaggio bizantino prenda avvio nell’età teodosiana, quando la parte orientale dell’Impero vive un momento di consolidamento e di splendore. In questo contesto ha inizio una nuova espressività artistica, che resta tuttavia legata alla tradizione ellenistico-romana, di cui si considera continuatrice, specie in quanto a monumentalità.

L’arte bizantina, forte di una sapiente perizia tecnica e di una spiccata predilezione per i preziosismi decorativi, finisce con l’imporsi  presto per quei caratteri distintivi che la contraddistingueranno per secoli, secondo una logica conservatrice finalizzata anche al carattere sacro di cui è intrisa.

Sin dalle prime opere si verifica, infatti, una marcata adesione a quei saldi, ortodossi, principi teologici orientali riferiti in particolare all’emergente credo cristiano.

La tendenza alla simmetria ed all’ordine geometrico si fanno portavoce, per esempio, della ferma rigidità del cerimoniale religioso bizantino, mentre la raffinata sontuosità dei particolari rivela l’aspetto sfarzoso collegato all’ideale di una realtà ultraterrena.

L’uso di uno sfondo monocromo e luminoso, spesso aureo, e la scelta di cromie accese s’inseriscono appieno in queste esigenze di raffigurazione del soprannaturale.  Così come la resa bidimensionale degli spazi, la rigorosa rigidità delle forme e la ieratica ripetitività delle immagini.

La celebrazione del sacro prevale, dunque, sui criteri di resa naturalistica dello spazio, sacrificando la tridimensionalità delle costruzioni prospettiche, nonché la verosimiglianza della figura umana. Anche i contorni anatomici, infatti, risentono di quella vocazione geometrica, per cui risultano marcati e severi, rinunciando così alla delicata morbidezza del modellato di matrice classica.

I personaggi, quasi sempre divini, o comunque divinizzati, appaiono in tutta la loro solenne monumentalità,  in posizione frontale, al centro della composizione e con grandezza maggiore, secondo la logica della gerarchia dimensionale. La loro austera fissità dello sguardo sottolinea l’appartenenza a una realtà altra, più astratta, così distante dalla concretezza del quotidiano.

Anche quando, all’incirca tra il 730 e l’843, l’Oriente è attraversato dalla crisi iconoclasta(*), le immagini pur non rappresentando figurazioni divine, conservano questi caratteri ieratici e sontuosi.

Tra i primi esempi di realizzazioni artistiche in stile bizantino, si ricordano la base dell’Obelisco di Thutmosi III e il Ritratto di Arcadio, entrambe opere scultoree riferite al periodo di Teodosio.

Risale, invece, a una più avanzata datazione, tra IX e X secolo, il mosaico della Madonna con Bambino in trono tra gli imperatori Costantino e Giustiniano, presso la Basilica di Santa Sofia(**) ad Istanbul.

Gli stilemi bizantini non vanno, tuttavia, ricercati nella sola capitale orientale. Oltre ad una prolungata estensione cronologica, essi si consolidano anche grazie ad una vasta diffusione geografica, che non si limita ai soli territori riconquistati dal nuovo Impero.

Le originali espressività estetiche legate a Bisanzio hanno, infatti, ampia risonanza in tutto l’Occidente medievale, in particolar modo nel nostro paese, dove confluiscono in altre significative esperienze culturali, quali il linguaggio ravennate e l’arte paleocristiana, o ancora negli idiomi barbarici.

Mariaelena Castellano

PER SAPERNE DI PIÙ…

(*) IL PERIODO ICONOCLASTA

L’Arte Bizantina attraversa un momento particolare con il cosiddetto “periodo iconoclasta” ( dal greco eikòn, immagine, e klào, rompere).

Negli anni venti dell’VIII secolo, sulla scia dei culti islamici e dalle correnti filosofiche neoplatoniche, nell’Impero Orientale si diffonde il movimento iconoclasta, contrario alla realizzazioni di immagini artistiche raffiguranti le divinità, utilizzate sia per  i cerimoniali pubblici, sia per le venerazioni private.

Si tratta di una scelta atta a distendere i rapporti con l’Oriente musulmano e al contempo ad arginare il crescente potere di quei  monasteri contenenti  immagini sacre adorate con particolare fanatismo.

Tavole dipinte e mosaici diventano così oggetti da distruggere, mentre si promuovono opere basate su decori  geometrici e naturalistici.

Quando, nell’anno 843, l’imperatrice Teodora pone fine all’iconoclastia, il linguaggio artistico bizantino riprende con gran convinzione la raffigurazione dei santi, della Vergine e del Cristo. In questa nuova fase, le immagini sacre acquistano sempre più rilevanza, al punto da assumere un ruolo fondamentale nelle chiese orientali, ortodosse, che nel 1054 con il Grande Scisma si staccheranno da Roma.

(**) LA BASILICA DI SANTA SOFIA A COSTANTINOPOLI  (immagine di copertina)

Tra gli imperatori bizantini emerge senz’altro la figura di Giustiniano (527-565), noto per l’azione di riconquista di una parte dell’Italia nonché per la formulazione del Corpus iuris civilis, la celebre raccolta delle leggi del  diritto romano.

Nel periodo giustinianeo, inoltre, si procede alla ricostruzione della monumentale Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, che era stata distrutta per ben due volte.

L’edificio originario, sorto nella seconda metà del IV secolo, nel 404 era stato devastato da un incendio e, una volta riedificato sulle preesistenti rovine, nel 532 aveva subito una seconda distruzione.

Giustiniano nel promuovere il rifacimento di questa maestosa struttura dedicata alla “Divina Sapienza” intende aumentare il suo prestigio politico  celebrando  l’investitura divina del  potere imperiale.

Il progetto, affidato all’architetto Isidoro di Mileto e al matematico ed ingegnere Antemio di Tralles, si fonda sulla combinazione dello schema della pianta centrale con quella longitudinale: un grande spazio quadrato ricoperto da una cupola e fiancheggiato da navate laterali, dove ogni elemento architettonico ha una sua precisa connotazione geometrica e dove vibranti effetti luministici alleggeriscono l’insieme delle strutture. La luce proveniente dalle numerose aperture (oggi in parte chiuse) si riversava sulle dorature musive delle volte creando una suggestiva  aura ambrata, quasi irreale.

Nel 588, in seguito a un terremoto e ad un’insufficienza di supporti laterali, la cupola crolla. Al suo posto oggi possiamo  ammirare quella ricostruita qualche anno dopo, di sette metri più alta, di grande ingegno statico, la prima innalzata a pennacchi (la calotta, ossia la parte interna della cupola, è raccordata agli elementi di sostegno attraverso triangoli curvilinei detti “pennacchi”).

Diventata moschea nel 1453, in seguito alla conquista della città da parte dei Turchi, dal 1935 questo sontuoso monumento è adibito a museo.

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Tra l’VIII ed il IX secolo la Penisola Sorrentina gravitava nell’orbita del dominio bizantino, come attestano anche i floridi commerci instaurati con l’Oriente dalle marine mercantili nostrane.

Si spiega così la presenza nel territorio di opere artistiche sensibili agli stilemi bizantini, spesso provenienti direttamente da Bisanzio oppure realizzate da maestranze locali inclini a questo orientamento.

In particolare, segnalo la statua lignea della Madonna del Lauro, oggi custodita nell’omonima Basilica di Meta, edificata proprio in seguito al rinvenimento del simulacro, scoperto all’incirca nell’VIII secolo, un periodo a cui si suole far risalire anche la sua realizzazione.

L’opera era nascosta tra gli arbusti di “lauro”, nel luogo dove sorgeva un antico tempio metese dedicato a Minerva. Non è inverosimile pensare ad un ritrovamento dovuto alla crisi iconoclasta(*) diffusasi proprio in quel tempo e che, come si è detto, aveva tra le principali conseguenze la distruzione delle immagini sacre. Con ogni probabilità, dunque, la statua in legno raffigurante la Vergine era scampata alla furia della lotta iconoclasta e secondo la tradizione  sarebbe stata scolpita in Oriente per poi essere tratta in salvo su un’imbarcazione e giungere così a Meta.

Per avallare le tesi di un inquadramento stilistico bizantino va menzionato il ritrovamento congiunto di una chioccia con dodici pulcini d’oro, scoperti accanto alla statua. Era infatti usanza tipicamente orientale utilizzare raffigurazioni di animali, spesso realizzati in metallo prezioso, per ornare i  lavori artistici.

La  memoria orale, inoltre, tramanda che gli esperti naviganti metesi avevano già venerato in Oriente la statua poi rinvenuta a Meta e che sostennero di riconoscerla.

Non si può, tuttavia, escludere l’ipotesi che l’opera sia stata invece realizzata da un artista locale particolarmente attento al linguaggio bizantino, così diffuso in terra sorrentina; un pensiero, questo, che sembrerebbe confermato dal richiamo, nella statua, anche a modi artistici  vicini alla più genuina e schietta tradizione locale.

Oggi l’austera effigie della Madonna del Lauro domina la navata destra della Basilica, dall’alto del suo sontuoso altare in marmi policromi.

Le rigide fattezze della veste, scanalata come fosse il fusto di una colonna, si stemperano in suggestivi effetti chiaroscurali che vibrano anche nei severi e ieratici tratti del volto, addolciti dal singolare taglio obliquo degli occhi.

La fermezza espressiva, come la solenne fissità corporea sono ammorbidite dalla gestualità delle mani, innaturalmente grandi, come vuole la consuetudine artistica medievale, più interessata alla verve comunicativa, che non alla verosimiglianza. Le mani  di Maria giganteggiano rispetto alla sua più esile figura in quanto assolvono alla funzione di reggere da un lato il Bambino, dall’altro una melagrana, simbolo di castità e di purezza.