Il potere del popolo longobardo in Italia si eclissa nell’VIII secolo, quando viene sconfitto da un’altra stirpe barbarica, quella dei Franchi capeggiati da Carlo Magno(*).

Il desiderio di rivivere i fasti e le glorie dell’antica Roma porta a una gran ampliamento territoriale del regno franco, fino al formarsi di una vera e propria realtà imperiale, il “Sacro Romano Impero”, noto anche come Impero  “Carolingio“, indicando con questa denominazione, entrata in uso nel XIX secolo, tutto ciò sia riferibile al re Carlo Magno e ai suoi successori.

Così, nei secoli VIII e IX, accanto a un rinvigorimento dell’organizzazione politica e sociale, si assiste anche a una ripresa delle attività culturali, a cui Carlo riserva gran importanza, tanto da far coniare l’espressione di “rinascita carolingia”.

La produzione artistica di questo periodo riceve dunque di nuovi stimolanti spunti, contraddistinti in particolare dall’emulazione sociale, politica e culturale nei confronti del passato romano. Ne deriva un linguaggio caratterizzato da un singolare connubio tra gli originari stilemi barbarici e la ricercata monumentalità classica, con aperture non trascurabili ai modi bizantini.

Il riferimento all’austera severità romana è particolarmente ravvisabile nell’architettura, aperta, però, anche all’introduzione di nuovi originali elementi come il Westwerk(*) e il Doppio Coro.

Risale, inoltre, a questo periodo il primo sviluppo della cripta, ambiente sotterraneo ricavato negli edifici religiosi in corrispondenza del presbiterio oppure, talvolta, dell’intero corpo della chiesa, per assolvere a una funzione funeraria o di custodia di sacre memorie e reliquie.

Tra le più significative opere architettoniche carolinge, ricordo l’Abbazia di Corvey e il Palazzo di Aquisgrana, entrambe situate in Germania, in cui si riscontrano episodi di spoglio da  monumenti di età Tardo Antica, evocati anche dalla ripresa di planimetrie tipiche di quel periodo.

La Cappella Palatina, annessa al Palazzo di Aquisgrana, per esempio, con la sua caratteristica pianta centrale è una chiara derivazione dalla ravennate Chiesa di San Vitale, richiamata anche dal preziosismo dei mosaici dorati del rivestimento interno della cupola a padiglione che, se pur completamente rifatti nel XIX secolo, sono ispirati a quelli originari.

Il perimetro della costruzione è esadecagonale, ossia presenta sedici lati, ed è raccordato allo spazio interno attraverso una struttura centrale ottagonale, a doppio ordine; ne deriva un deambulatorio sviluppato su due livelli, con coperture a crociera nella parte inferiore, segnata dalla presenza di otto poderosi archi a tutto sesto.

Le arcate si duplicano, più alte, nel piano superiore, impreziosite da un doppio ordine di raffinate colonne corinzie; in questo spazio sopraelevato trova posto il trono del sovrano, a indicare simbolicamente il privilegio del ruolo regale.

Il prestigio dell’imperatore  spicca anche in un’opera scultorea quale il Monumento equestre di Carlo Magno, realizzato nel IX secolo nel laboratorio della Scuola Palatina. Si ipotizza che di questo piccolo gruppo bronzeo, il destriero sia un recupero del III secolo, il che spiegherebbe il modellato più tondeggiante e il maggiore effetto di movimento.

Il cavaliere, invece, presenta tratti più schematici e il suo corpo sembra imprigionato in una ferma rigidità, contrastante con la scioltezza del cavallo. Resta, tuttavia, il palese riferimento alla tipologia della statuaria equestre romana, a dimostrazione della volontà di ispirarsi alla grandezza imperiale.

L’affermazione del potere di Carlo Magno, d’altronde, è resa possibile anche grazie al sostegno della Chiesa. L’arte carolingia si propone, dunque, una capillare divulgazione del credo cristiano attraverso cicli figurativi  atti a diffondere le sacre scritture anche al popolo analfabeta.

Un celebre esempio, in tal senso, è fornito dagli affreschi con  storie dell’Antico e Nuovo Testamento della chiesa abbaziale di San Giovanni a Mustair, nel cantone dei Grigioni, in Svizzera, realizzati nella I metà del IX secolo.

Il ciclo pittorico, caratterizzato da una vivace vena narrativa ed espressiva, è impreziosito da motivi ornamentali di straordinaria ricchezza, vicini alle raffinate illustrazioni dei codici miniati del tempo.

Risultano di  grande interesse anche gli affreschi di Santa Maria Foris Portas a Castelseprio (Varese), con episodi della vita di Maria e di Cristo, tratti da vangeli apocrifi(**) e resi con straordinari effetti di verosimiglianza, tanto da far sussistere due ipotesi di datazione: una”alta”, che li colloca tra VI e VII secolo, mentre  una “bassa” propende per una cronologia tra VIII e IX secolo.

Si ritiene che l’opera sia stata eseguita da maestranze provenienti dall’Oriente cristiano, dove risulta più radicata la tradizione naturalistica classicheggiante, a dimostrazione dei rapporti instaurati sin dall’antichità tra il Nord Italia e i territori orientali.

La continua rielaborazione delle tematiche classiche, nutrite da apporti sia carolingi che bizantini, ha consentito di mantenere, in questi secoli altomedievali, un’originale e diversificata verve creativa, se pur limitata a poche testimonianze monumentali.

I caratteri più autoctoni dell’arte franca si evincono, però, nelle opere di oreficeria e di miniatura, nonché nella lavorazione di smalti e pietre preziose. Si tratta di sfarzose produzioni di piccole dimensioni, in genere destinate a una ristretta committenza aristocratica.

I codici miniati, inoltre, conoscono particolare diffusione e notorietà nella II metà del IX secolo, con prestigiosi esemplari arricchiti da sontuose trame decorative.

In territorio italiano, la produzione artistica di epoca carolingia è segnata, in particolare, dal grande Altare d’oro di Sant’Ambrogio a Milano(*) per la cui descrizione rimando alla scheda sottostante.

Mariaelena Castellano  

PER SAPERNE DI PIU'

(*) CARLO MAGNO E LA DINASTIA CAROLINGIA

La popolazione germanica dei Franchi proviene in origine dalla zona del basso Reno, ma già dal V secolo occupa  gran parte dei territori corrispondenti all’attuale Francia e Germania, per poi imporsi sul finire dell’VIII secolo grazie alla carismatica figura del proprio sovrano, Carlo Magno (768-814), promotore di un’ampia estensione delle frontiere del suo regno.  Egli rafforza il ruolo della corona, sia attraverso l’appoggio dell’aristocrazia, fidelizzata con la concessione di terreni e bottini, sia favorendo la diffusione del cristianesimo nei territori conquistati, in modo da ottenere il sostegno del clero.

Questa esigenza trova una sua piena acclamazione nella notte di Natale dell’anno 800, quando  il re franco viene solennemente incoronato imperatore dal papa Leone III nella Basilica di San Pietro: nasce così il “Sacro Romano Impero” che concretizza l’ambizioso sogno carolingio di fondare un’ampia realtà territoriale erede della grandezza romana e consacrata nel nome di Dio.

In questo senso, l’imperatore si considera vicario di Cristo, in quanto detiene e garantisce un potere divino.

Carlo Magno è inoltre consapevole dell’importanza della cultura come strumento di coesione tra popolazioni diverse. Pur sapendo a stento leggere e scrivere, chiama dunque alla sua corte numerosi intellettuali, dando origine alla cosiddetta “Scuola Palatina“, un vero e proprio centro di elaborazione culturale, sviluppatosi nella sua residenza palaziale ad Aquisgrana.

Alla morte del sovrano, avvenuta nell’814, l’unità territoriale e politica del dominio carolingio inizia a vacillare, sia per la scomparsa di una personalità carismatica e autorevole, sia perché l’Impero diventa suscettibile di ripartizione tra i vari membri della sua famiglia, con grave danno per l’integrità dello stato.

Dopo il regno di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, l’impero passa ai suoi figli Lotario, Ludovico e Carlo il Calvo. I  tre eredi,  in forte dissidio tra loro, logorano le risorse militari ed economiche dello stato in lunghe e rovinose lotte fratricide, fino a stipulare, nell’843,  il Trattato di Verdum,  con cui si stabilisce una divisione  territoriale:  a Lotario, oltre al titolo imperiale, vengono assegnati l’Italia e la “Lotaringia”, territorio compreso tra le Alpi, il mare del Nord e i fiumi Reno, Rodano, Mosa e Schedda; a Ludovico spetta la Germania e a Carlo il Calvo la Francia.

I possessi carolingi si riuniscono, per una serie fortuita di eventi, nelle mani di Carlo il Grosso, figlio di Ludovico e ultimo esponente della dinastia. Il potere regale, infatti, va sempre più indebolendosi e il nuovo sovrano, nell’887, viene costretto dai nobili a deporre la corona, decretando la frammentazione dell’impero carolingio in più stati indipendenti, tra cui spiccano la Francia, la Germania e l’Italia.

DENTRO L'OPERA

(*) L’ALTARE DI SANT’AMBROGIO –  (824-860 circa) – Milano

In età carolingia, durante il regno di Carlo Magno, la città di Milano assume un ruolo di prestigio e la sua antica Basilica di Sant’Ambrogio, risalente al IV secolo, diventa un’abbazia patrocinata dall’impero.

A presiederla, dall’824 alll’859, è il vescovo di origine franca Angilberto II e di questa fase, nonostante i rifacimenti dell’XI secolo, resta la significativa testimonianza del grande e raffinato Altare Maggiore, straordinario esempio di oreficeria carolingia, distinto dall’applicazione di una ricca varietà di tecniche e materiali.

Il manufatto si presenta come un reliquario a forma di sarcofago: una massiccia cassa lignea laminata in oro e argento dorato, con lavorazioni a sbalzo, a cesello e a filigrana, e con eleganti decori in smalto e pietre preziose.

L’opera segnala la presenza delle spoglie del Santo protettore della città, Ambrogio, e quelle dei Santi Gervasio e Protasio;  queste ultime, secondo la tradizione, sarebbero state trovate proprio da Sant’Ambrogio, al tempo dell’edificazione della sua Basilica, eretta sulle tombe dei due martiri.  Le reliquie sono state collocate in una cripta sottostante l’Altare e sono ancora oggi visibili da una finestrella.

I fianchi del monumento, in argento dorato,  sono entrambi ornati  da una grande croce inserita in una losanga.

La parte anteriore, dorata, è tripartita e presenta nel pannello centrale la Maestà del Cristo Giudice e i quattro evangelisti inseriti in una croce, mentre nei quattro riquadri angolari trovano posto gli Apostoli, divisi in gruppi da tre.

I due pannelli laterali sono invece ripartiti ognuno in sei scene narranti storie della vita di Gesù.

Anche la faccia posteriore, rivestita in argento dorato, è distinta in tre parti e anche in questo caso, i due pannelli laterali presentano sei riquadri, stavolta raffiguranti episodi tratti dalla vita di Sant’Ambrogio.

Lo scomparto centrale, formato da sportelli apribili per consentire la visione delle reliquie, è dotato di quattro tondi contenenti, in alto, gli arcangeli Michele e Gabriele, mentre in basso  sono raffigurate due scene solenni: a sinistra, Sant’Ambrogio incorona  il vescovo Angilberto II; a destra, il Patrono incorona l’artefice dell’Altare: Vuolvinio, l’autore dei rilievi, nonché capo delle maestranze, il cui nome risulta pervenuto dalla scritta, in belle lettere, Vuolvinius magister phaber (“Vuolvinio Maestro Orafo”) che circonda l’immagine dell’artista, in modo da proclamarne il riconosciuto e valoroso ruolo. Si tratta di un particolare di gran rilievo: dopo secoli di anonimato, quest’ostentazione mostra un primo segnale di assunzione della consapevolezza della dignità operativa e dell’utilità sociale di chi pratichi il mestiere dell’artista.

Se l’Altare nella partizione in pannelli e formelle mostra un’unicità di progettazione, riferibile appunto a Vuolvinio, non si può sostenere altrettanto in merito all’impostazione stilistica.

Si ritiene, infatti, che l’esecuzione dei pannelli anteriori spetti a un’altra personalità artistica, oppure a più maestri, che dovettero lavorare a stretto contatto con Vuolvinio, autore, invece, delle facce laterali e del lato posteriore.

Se nella parte anteriore prevale un linguaggio più nervoso, caratterizzato da forme allungate, inserite in spazi reali ed efficacemente descritti, con maggiori effetti luministici e panneggi dalle linee mosse, nelle parti attribuite al Maestro Orafo, lo stile è più asciutto e pacato, con contorni netti e una spiccata propensione alla monumentalità e al plasticismo, ma con poche concessioni alle descrizioni narrative.

L’Altare di Sant’Ambrogio, al di là dell’indiscutibile e ricco valore artistico, nella sua studiata iconografia si pone come fondamentale testimonianza dell’esigenza di creare un parallelo tra Cristo e Ambrogio, in modo da glorificare la Chiesa milanese. La raffigurazione, inoltre, in uno dei rilievi laterali di San Martino di Tours mostra il desiderio di riconoscere l’alleanza tra la Chiesa di Milano e quella francese, relazionata alla dinastia carolingia.

IMPARIAMO I TERMINI

(*) Westwerk: Corpo occidentale di alcune chiese carolingie formato da un nucleo centrale a più piani, affiancato da due torri scalari. Elemento importante del Westwerk risulta la loggia,  generalmente collocata al secondo piano, dalla quale l’imperatore assisteva alle funzioni religiose.

(**) Apocrifo: Di libro, scritto, o documento non autentico, non genuino. In riferimento ai Vangeli apocrifi: quelli che la Chiesa cattolica esclude dal canone delle Sacre Scritture, in quanto non ne riconosce l’ispirazione divina.

VISITIAMO!

L’ABBAZIA DI SAN VINCENZO AL VOLTURNO – VIII secolo – provincia di Isernia, in Molise.

Agli inizi dell’VIII secolo, tre nobili beneventani fondarono un monastero benedettino di cui poi  divennero, uno ad uno, abati.

Il territorio scelto per l’edificazione della struttura religiosa si trovava a circa 2 Km dalla sorgente del fiume Volturno, in una zona fertile, da poco annessa al ducato longobardo di Benevento.

Il primo insediamento si stabilì nelle rovine di una costruzione di epoca tardo romana, divenendo da subito un fiorente centro religioso, considerato di strategica importanza sia per la Chiesa, intenta a controllare un’area in genere soggetta ad incursioni, sia per il ducato beneventano, desideroso di aumentare il proprio prestigio anche attraverso la presenza di un rilevante complesso ecclesiastico, destinato ad ampliarsi negli anni.

Già nell’VIII secolo, infatti,  dopo il passaggio alla diretta protezione di Carlo Magno, si effettuarono lavori di ampliamento del nucleo originario e nel IX secolo, con l’abate Epifanio (824-842), si portarono avanti ulteriori interventi edilizi, nonché la realizzazione di un raffinato ciclo di affreschi nutriti da un ambizioso programma decorativo.

All’iniziale fase di crescita del monastero benedettino fece però seguito un rapido declino, incalzato nella seconda metà del IX secolo da una violenta incursione saracena.

Il sito venne abbandonato e la vita religiosa si trasferì in una sede edificata sul versante opposto del fiume, dove oggi sorge una nuova Abbazia.

La memoria dell’antica struttura si può invece rintracciare negli scavi archeologici condotti nell’area originaria. Sono così emerse  preziose testimonianze pittoriche di epoca carolingia riferibili al summenzionato ciclo decorativo promosso da Epifanio.

In particolare, sono stati portati alla luce gli affreschi della cruciforme “Cripta di Epifanio”, riferibile alla cosiddetta Chiesa Nord e contraddistinti da un elaborato piano iconografico denso di spunti teologici, avvalorati anche dagli studiati e suggestivi effetti della luminosità dell’ambiente.

Il linguaggio espressivo è probabilmente il risultato di mani diverse e di realizzazioni effettuate in più anni, attingendo da quel composito crogiolo di stilemi artistici che anima l’arte altomedievale, in bilico tra un’ossequiosa emulazione classica, gli influssi bizantini e gli originari caratteri della tradizione barbarica.

Tra le scene si evidenziano momenti di straordinaria resa narrativa, con singolari effetti di dinamismo e gran verve espressiva, se pur inseriti in un operato nel complesso subordinato all’esigenza, tipica di questi secoli, di raccontare simbolicamente il Sacro.