Per  “tarda antichità” s’intende  quell’età di passaggio dall’antichità greco-romana al lungo periodo storico del Medioevo.

In questa fase di transizione, che va dalla fine del II al VI secolo d.C., gli ideali del linguaggio classico cedono gradualmente il posto a una nuova visione dell’arte, basata su differenti criteri interpretativi della realtà e sull’esigenza di una maggiore immediatezza comunicativa.

Per avere una comprensione più chiara di queste nuove dinamiche, è necessario far riferimento al quadro storico.

I secoli abbracciati dalla definizione di “età tardo antica” sono contraddistinti da un evento epocale: la caduta dell’Impero Romano d’Occidente(*), avvenuta nell’anno 476 d.C., ma preannunciata da un lungo periodo di crisi iniziato già verso la fine del II secolo d.C. e segnato dal comando di imperatori poco autoritari, incapaci di gestire il loro vasto dominio territoriale.

In questa situazione di debolezza politica s’inseriscono le migrazioni delle popolazioni barbariche, che penetrano a poco alla volta nei confini  romani del Reno e del Danubio, contribuendo allo sfaldamento della parte occidentale dell’Impero.

La parte orientale, invece, è destinata a sopravvivere per tutto il Medioevo e oltre, distinguendosi attraverso una cultura artistica raffinata e sfarzosa, definita “bizantina” dal nome della città greca di Bisanzio, poi ribattezzata Costantinopoli.

Il linguaggio bizantino, così come altri nuovi fermenti artistici diffusisi in tutta Europa, in particolare nell’ambito delle prime comunità cristiane, riflettono le mutate esigenze scaturite da un clima di paure e incertezze. Gli stilemi classici, segnati dal naturalismo e dalla ricerca del bello, appaiono ora inadeguati.

Infatti, fin dal periodo della tarda antichità prevale la volontà di esprimere la spiritualità, la riflessione, ma anche la sofferenza. Ciò spiega la rinuncia all’armonia e agli ideali di bellezza, che avevano invece permeato le modalità espressive dell’antichità greca e romana.

In questa fase germogliano, dunque, le prime istanze dell’estetica medievale, contraddistinta da una marcata tendenza a simboleggiare concetti e significati attraverso la raffigurazione di forme sempre più svincolate da una visione verosimile.

Per meglio comprendere questi sviluppi, va precisato che l’arte romana, sin dai suoi esordi presenta due anime: una ufficiale, aulica, nutrita dagli influssi ellenici e destinata alle committenze più prestigiose, e una “plebea”, schietta e genuina, legata alla classe popolare e vicina alle radici culturali italiche ed etrusche.

Il linguaggio plebeo coesiste in silenzio per diversi secoli accanto alle opere più appariscenti e impegnative richieste delle classi aristocratiche.

I ceti popolari perseguono un operato artigianale dai toni modesti, ma dall’espressività marcata, con una spiccata tendenza a una visione meno naturalistica e più simbolica, anticipando uno dei caratteri fondamentali dei successivi stilemi medievali.

L’anima plebea resta per diversi secoli ai margini delle più grandiose e solenni manifestazioni artistiche romane, per poi emergere pian piano, fino a insinuarsi con le sue alternative modalità espressive anche nelle committenze ufficiali.

Colonna di Marco Aurelio

Questo graduale processo raggiunge il culmine proprio nell’età tardo antica, come attestano alcune realizzazioni scultoree del tempo. E’ infatti nella decorazione plastica che si evincono i principali esempi del nuovo percorso stilistico, quali la Colonna di Marco Aurelio(*) e l’Arco di Costantino(**).

Palazzo di Diocleziano a Spalato

In ambito architettonico, invece, si riscontra una spiccata fastosità, ben evidente nelle colossali costruzioni del  Palazzo di Diocleziano a Spalato, del complesso sacro di Heliòpolis, della  Basilica di Massenzio e delle Terme di Caracalla a Roma: edifici sontuosi e monumentali, le cui rovine giganteggiano ancor oggi, memori di una trascorsa volontà di contrastare attraverso la propria imponente grandiosità quell’inarrestabile declino verso cui si erano ormai avviate le sorti dell’Impero.

Mariaelena Castellano

PER SAPERNE DI PIÙ…

(*) CRISI E  DIVISIONE DELL’IMPERO ROMANO

Tra il 161 e il 180 d.C., sotto la guida di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, dotato di gran levatura morale e intellettuale, iniziano i segnali di fragilità dell’Impero, segnato in particolare dalle prime devastazioni delle popolazioni stanziate al di là dei confini territoriali, i “barbari”.

Busto di Marco Aurelio

Alla morte di Marco Aurelio, sale al potere il figlio Commodo, di indole ben diversa, concentrato sulla sua persona e lontano dalle doti politiche paterne. La crisi imperiale, dunque, si aggrava e continua anche dopo la morte di Commodo, assassinato in una congiura, nel 192 d.C.

Diversi pretendenti aspirano al trono e scatenano una guerra civile che aggrava una  situazione già precaria. A prevalere è il governatore della Pannonia,  Settimio Severo (193-211 d.C.), nativo dell’odierna Libia.

Con questa nuova figura imperiale i territori periferici assumono maggiore considerazione. Una linea politica, questa, che viene ripresa dal figlio di Settimio, Caracalla (211-217 d.C.), che nel 212 d.C. estende la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero.

Busto di Caracalla

Caracalla, così come i suoi due successori ElagabaloAlessandro Severo, muore vittima di una congiura.

Nel 235 d.C., conclusasi la dinastia dei Severi, ha inizio una fase di crisi, definita di “anarchia militare”, che si protrarrà fino al 284 d.C. In questi decenni  i generali vengono acclamati imperatori dall’esercito, che  stabilisce a suo piacimento anche la fine del mandato. Ne deriva  una grande instabilità politica segnata dal rapido succedersi di Cesari dotati di forze e strategie militari, ma privi di carisma imperiale.

Nel 284,  l’ascesa al potere di Diocleziano, determina una radicale riorganizzazione dello Stato.

I Tetrarchi- porfido – Venezia, B. di San Marco

Con l’istituzione della tetrarchia, Diocleziano stabilisce la partizione del potere imperiale, diviso tra due Augusti e due Cesari a essi subordinati.  Inoltre, la decisione dell’imperatore di risiedere in Oriente, a Nicomedia, dà inizio al lento e inesorabile declino di Roma.
L’importanza crescente assunta dalla parte orientale dell’Impero è poi confermata dalla scelta dell’imperatore Costantino (306-337) di fondare una nuova capitale sulle rive del Bosforo, lontano dalle ingerenze del Senato e dell’aristocrazia romana, in una posizione ben difendibile e al tempo stesso favorevole al controllo dei transiti tra Oriente e Occidente. Così, nel 330, con una solenne cerimonia,  l’antica colonia greca di Bisanzio, viene ribattezzata con il nome di Costantinopoli.

Costantino, inoltre, pone termine all’ordinamento tetrarchico, che del resto si era da subito mostrato difficilmente applicabile e,  sconfitto l’altro Augusto, Massenzio, con la battaglia di Ponte Milvio (312 d.C.), resta unico imperatore.

Nel 337 d.C., alla sua morte, l’Impero è però diviso tra i suoi tre figli. L’intesa tra gli eredi è destinata a durare poco e ne segue una cruenta lotta per il potere, in cui ha la meglio Costanzo II, che regna dal 350 alla sua morte (361). Gli succede suo cugino Giuliano l’Apostata (361-363).

In questi anni le invasioni barbariche dilagano: Burgundi, Franchi, Vandali, Alemanni e Goti avanzano lungo i corsi del Reno e del Danubio e gli imperatori Valente (364-378) e Teodosio (378-395) non riescono a gestire questa minaccia.

Nel 395, alla morte di Teodosio, l’Impero Romano è definitivamente diviso tra i suoi due figli in Impero romano d’Occidente e Impero romano d’Oriente: ad Arcadio spetta l’Oriente, a Onorio l’Occidente.

Mentre Arcadio porta avanti una politica autonoma, Onorio accetta la tutela del generale vandalo Stilicone.

Morto Stilicone, i Barbari dilagano nella parte occidentale dell’Impero.

Nel 410 i Visigoti di Alarico piombano su Roma e la saccheggiano. Quest’evento suscita un gran scalpore tra i contemporanei, ma nel 455 , la città subisce una devastazione ancora più grave, a opera dei Vandali di Genserico.

Nel 476, Odoacre, re dei Goti, depone Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano d’Occidente, che per ironia della sorte porta il nome del primo re e del primo imperatore di Roma.

DENTRO L'OPERA

(*) LA COLONNA DI MARCO AURELIO  – Roma (176-192 d.C.)

Nel 176 d.C., per celebrare le vittorie di Marco Aurelio sul Danubio, si erige una nuova colonna coclide nel Campo Marzio, con palese riferimento alla Colonna di Traiano.

Anche in questo caso, infatti, il monumento in origine è sormontato dalla statua bronzea dell’imperatore, poi sostituita da quella di un santo.

Un’altra analogia con la colonna traianea è fornita dalla narrazione a rilievo che avvolge per intero il fusto con andamento spiraliforme. Le scene raccontano le imprese belliche di Marco Aurelio contro Germani, Marcomanni, Quarti e Sarmati.

Il rilievo, però, risulta decisamente più marcato, con singolari effetti chiaroscurali definiti anche dal frequente uso del trapano, che solca i contorni delle figure e alcuni dettagli.

Le immagini sono più affollate e si evince una frequente ripetitività di figure e gesti. La semplificazione delle forme consente, poi,  una più immediata comunicazione, spesso incentrata sul personaggio di Marco Aurelio, raffigurato perlopiù in posizione frontale e al centro delle composizioni, in modo da ribadirne l’importanza simbolica.

La sequenza delle scene non segue più un ordine cronologico, giacché si preferisce inserire gli eventi più famosi nella parte bassa, per sancirne una maggiore visibilità.

Rispetto alla Colonna di Traiano, quella Aureliana presenta una visione più cruenta della guerra, senza valori quali il rispetto per i vinti o il senso dell’umana pietà.

Inoltre, accanto alla ferocia dei combattimenti, prende posto anche la rappresentazione del soprannaturale. Si tratta di un atteggiamento nuovo, che chiama in causa quei fatti irrazionali e inspiegabili, riferibili alla diffusione a Roma dei culti orientali e della religione cristiana.

Si è concordi nel ritenere che l’opera in esame sia stata probabilmente realizzata da più maestri, tutti legati a quel filone artistico definito plebeo.

(**) L’ARCO DI COSTANTINORoma (312-315/16)

Nel 312 il Senato romano, per celebrare la battaglia di Ponte Milvio, ordina l’innalzamento di un arco trionfale dedicato all’imperatore vittorioso, Costantino.

L’arco presenta tre fornici, un attico e colonne corinzie collocate su alti piedistalli  addossati a pilastri. Può considerarsi tra i più antichi esempi di edificio “di spoglio”, poiché risulta costituito da diversi elementi ricavati da costruzioni preesistenti di età traianea, adrianea e aureliana, distrutte appositamente per essere utilizzate nel nuovo monumento.

Invece, il rilievo storico destinato a magnificare Costantino risulta realizzato in quel tempo seguendo un orientamento plebeo. Tale scelta dimostra la predilezione per un linguaggio non più subalterno al potere ufficiale, pronto a sgusciare fuori da quel ruolo  marginale mantenuto finora.

Si noti, in particolare, l’episodio della liberàlitas dell’imperatore: la  figura di Costantino in trono, posizionato al centro, come una divinità, immobile e solenne, sovrasta sulle altre, rese in forme man mano più minute, a seconda del ruolo sociale, secondo i canoni rappresentativi simbolici di una gerarchia dimensionale. Inoltre, vengono meno i riferimenti prospettici: i personaggi sono disposti alla destra o alla sinistra dell’imperatore, anche i popolani, che invece dovrebbero essere posizionati di fronte al trono; si parla, pertanto, di “prospettiva ribaltata”.

Con i rilievi dell’Arco di Costantino si traccia la strada a un nuovo tipo di linguaggio artistico, fondato su una maggiore esigenza comunicativa, a discapito della visione naturalistica, che aveva invece permeato l’arte classica.