L’idea di intervistare il maresciallo Gennaro Mollica è nata qualche settimana fa.

Ero nella stazione dei carabinieri di Piano di Sorrento, per stilare una prima bozza della trilogia di racconti di “Casa d’Arma” ispirati a casi realmente accaduti.

Mentre attendevo il comandante Daniele De Marini, fantasticavo sulla possibilità di ricevere informazioni anche su indagini più datate, magari attingendo dagli archivi.

Tuttavia, De Marini  mi ha subito dissuasa:

«Sarebbe  una bella iniziativa… Purtroppo, però, già qualche anno fa, per ragioni di spazio, abbiamo eliminato tutto il materiale d’archivio.»

Peccato.

Il comandante è restato per qualche secondo in silenzio, per poi aggiungere:

«Sa che può fare? Può andare dal maresciallo Gennaro Mollica. E’ in pensione già da diverso tempo, ma ha un’ottima memoria dei fatti e credo possa esserle d’aiuto».

Ottima idea.

Il cognome non mi era nuovo. Ho infatti realizzato che si stava parlando del suocero della mia commercialista, la dottoressa Emilia Russo.

L’ho contattata per chiederle di fare da tramite e spiegare la situazione al maresciallo. Una volta avuto il suo  recapito telefonico, l’ho chiamato per fissare un appuntamento.

Lui per telefono non aveva ben compreso di cosa si trattasse, ma si è da subito rivelato molto disponibile al colloquio.

Così, qualche settimana fa, in un caldo pomeriggio autunnale, fornita di taccuino e penna, entravo nell’abitazione di Gennaro Mollica, in un tranquillo quartiere di Piano di Sorrento, poco distante dal centro.

Ad aprirmi c’era il figlio, il dottor Domenico Mollica. Mi ha fatto strada nel luminoso soggiorno e dopo qualche istante è arrivato suo padre.

Avanzava verso di noi con l’aiuto di un bastone; abbastanza alto, magro; sguardo fiero, occhi vivaci, di un colore chiaro, a metà tra il verde e il grigio, nascosti dai riflessi degli occhiali; voce ferma ma pacata.

Indossava giacca e cravatta; al petto erano appuntati l’emblema dell’Arma, la spilla da Cavaliere Ufficiale e la medaglia d’oro conferitagli dal Presidente della Repubblica per i dieci lustri di carriera.

Mi è bastato uno sguardo per comprendere al volo le qualità di un uomo garbato e plasmato su valori civici e morali.

Un uomo d’altri tempi.

Mi ha accolta con un riguardoso baciamano, facendomi poi accomodare al cospetto di un ampio tavolo, dove ho subito scorto voluminosi plichi di cartelline, foto, documenti e fogli.

Ero lì per farmi raccontare di qualche indagine d’archivio, che so, un caso più particolare condotto durante il suo servizio nell’Arma di Piano di Sorrento, risalente agli anni Settanta.

Ben presto mi sono resa conto che da questo incontro sarebbe emerso molto di più.

Il tempo di prendere posto e il maresciallo ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita, spaziando dalla carriera ai ricordi d’infanzia, dai discorsi sulla famiglia a quelli sul fascismo e sui tempi della guerra, o agli anni trascorsi in Sicilia a combattere la mafia.

Era un fiume in piena.

Più parlava, più mi sentivo trasportata in un tempo tutto sommato non così distante in quanto a cronologia, eppure percepito come lontanissimo per il cambiamento epocale di usi e costumi imposto dai nostri “tempi moderni”.

Andiamo, però, con ordine.

Correva l’anno 1928 quando a Contrada, un piccolo centro in provincia d’Irpinia, a circa 5 Km da Avellino, nasceva Gennaro Mollica.

A quindici anni lasciava suo malgrado gli studi, per lavorare in una cava di pietra, adeguandosi ai difficili tempi del secondo dopoguerra.

Due anni dopo, appena diciassettenne, entrava nell’Arma dei Carabinieri, abbracciando da subito questa carriera con grande impegno e dedizione.

Mi ha mostrato una sua foto, quando appunto si era appena arruolato e guardandola mi è sorta spontanea una prima domanda:

 “Mi racconti di questa scelta. Da quel che  dice, percepisco una gran convinzione, nonostante la giovanissima età …”

La risposta è stata immediata, non ha avuto nemmeno la necessità di una pausa per riorganizzare le idee. E´ risalito con gran rapidità ai fatti che, nell’immediato secondo dopoguerra, segnarono la sua vocazione giovanile all’Arma.

Ha ricordato un luttuoso trascorso familiare: il fratello di suo padre, carabiniere, trovò la morte coinvolto in un’indagine del tempo.

Siamo rimasti un attimo in silenzio. Io riflettevo su quanto siano rischiosi i mestieri in divisa e di quanto troppo spesso tendiamo a dimenticarlo. Lui, probabilmente, ripensava a questa perdita familiare piovuta a ciel sereno.

Ha poi continuato a raccontare la sua storia, stavolta con una data precisa: 8 settembre 1943.

Quel giorno, quindicenne, si trovò per caso ad ascoltare una conversazione tra la zia vedova e il fratello di lei, anch’egli carabiniere, come il defunto marito. La donna tentava di convincerlo a non lasciare Contrada per recarsi a Napoli, dove avrebbe dovuto prendere servizio come appuntato. L’uomo rispose alla sorella in modo fermo e risoluto, facendole comprendere  che questa era la sua vocazione, il suo dovere. Parole scolpitesi nell’animo del giovane Mollica, che le fece proprie e in quel momento maturò la convinzione di una carriera a cui stava pensando già da un po’ di tempo.

Anche il fratello di sua zia trovò la morte, nelle famose Giornate di Napoli, durante uno scontro a fuoco.

Erano tempi duri. Di ricostruzione e di destabilizzazione.

E´ in questo scenario di crisi del nostro paese, segnato dagli anni del fascismo e dalla guerra, che Gennaro Mollica ha percorso i suoi primi passi nell’Arma.

Dopo l’addestramento a Roma, migrò alla volta di destinazioni siciliane, in cui prevaleva l’esigenza di osteggiare il contrabbando.

Nel 1948, in particolare, fu nel tortuoso contesto di Corleone, in provincia di Palermo, arruolato nel nuovissimo CFRB (Comando Forze Repressione Banditismo), presieduto dall’allora ufficiale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che nonostante il clima di timori e omertà piuttosto diffuso, conseguì ottimi risultati.

I ricordi di quel periodo così intenso rivivevano nelle parole di Mollica: aneddoti e vicende di banditi e contrabbandieri s’intrecciavano ai racconti della suo cammino professionale, segnato anche dalla ripresa degli studi interrotti.

Si appassionò sempre più a questo mestiere, avanzando di grado attraverso l’impegno nel servizio e il conseguimento dei  relativi concorsi. Privilegiava, in particolare,  il settore relativo alle indagini dirette e alla prassi scientifica.

L’iter geografico della sua lunga carriera lo condusse dalla Sicilia alla Calabria, quindi in Campania, prima ad Anacapri e poi, dal 1968 – nel frattempo divenuto maresciallo –  in Penisola Sorrentina, nel decennio 1968-78 a Piano di Sorrento, mentre  dal 1978 al 1989, anno del pensionamento, era a Sorrento, dove prese parte attiva nei  due reperti del nuovo Nucleo Operativo Radio Mobile.

Siamo dunque giunti all’obiettivo principale della mia visita: la casistica di indagini durante il suo operato in costiera.

Il maresciallo mi ha fornito un bel po’ di vicende. I ricordi incalzavano veloci, come la mia penna, che riempiva fogli su fogli scrivendo di furti, procurati allarmi, incidenti, risse …

Ho un bel po’ materiale su cui lavorare: alcune di queste storie saranno romanzate e diventeranno racconti per la serie “Casa d’Arma”.

Questo affascinante viaggio indietro nel tempo ci ha riportati a quando in caserma c’erano soltanto cinque carabinieri, posti a coprire turni lunghissimi; a quando l’etica a cui era vincolata l’Arma prevedeva codici comportamentali molto rigidi e ossequiosi.

L’eco di questa fermezza morale si respirava tutta nei modi garbati e nelle parole ferme di Gennaro Mollica.

Ogni caso, ogni personaggio, ogni trasgressione era segnata dalle sue riflessioni, permeate da un nobile atteggiamento di comprensione:

“La legge va rispettata, sempre. Occorre, però, valutare anche le singole nature dei reati, evitando di infangare con facilità il nome delle persone coinvolte. Bisogna prevenire, più che punire, quando si può”.

Vero.

Da questa riflessione si può evincere quanto il maresciallo abbia vissuto l’appartenenza all’Arma  come una missione, lasciandosi guidare da un profondo senso di umanità e di rispetto per le persone, in primis per chi, a causa di tutta una serie di circostanze,  ricopriva il ruolo del malfattore, ma in fondo andava aiutato a riemergere. Anche con un buon piatto di tagliatelle preparato da sua moglie a chi veniva arrestato, ma non aveva immediato  accesso al carcere per l’indisponibilità degli spazi ed era dunque trattenuto in caserma.

Il maresciallo a questo ricordo sorrideva, ripensava a chi dalle prigioni di Poggioreale gli inviava poi una lettera di ringraziamento per i suoi consigli di vita e… per le tagliatelle della signora Mollica!

“Ho conservato tutto. Vede: lettere, fotografie… Poi in questi fogli ho scritto le impressioni e i pensieri di quei tempi. Continuo a scrivere tanto anche oggi. Sa, con la vecchiaia è un modo per tenermi impegnato.”

Mentre parlava mi mostrava le cartelline piene di documentazioni. Ne apriva qualcuna, sfogliava dei quadernetti per segnalarmi altri ricordi.

Pagine dense di storie, pagine custodi di una lunga e illustre carriera, che al di là dei riconoscimenti ufficiali di gradi e medaglie, merita di essere tramandata per farsi portavoce di quei sani valori civici e morali che l’hanno distinta.

Ho preso gli ultimi appunti per poi salutare il maresciallo, grata della sua disponibilità.

Tentavo di dissuaderlo dall’accompagnarmi alla porta per non scomodarlo, ma si era già alzato e, batocchio alla mano, mi faceva strada verso l’uscita.

Si è congedato con i modi ossequiosi e riguardevoli che lo contraddistinguono, il baciamano, i ringraziamenti per il tempo che gli ho dedicato.

«Grazie  a lei», gli ho risposto, mentre tra me e me pensavo a quanta ricchezza d’animo trapelasse da questa persona, “l’ufficiale gentiluomo” dei bei tempi di una volta.

Mariaelena Castellano