Il panorama scultoreo greco della seconda metà del IV secolo a.C. è dominato dal ruolo di Lisippo, artista innovativo ed abile ritrattista.

Nato a Sicione, sulla costa settentrionale del Peloponneso, intorno al 390 a.C., è attivo tra il 365 e il 305 a.C. circa.

Lo scultore, come già Policleto, incentra la sua ricerca sul nudo maschile atletico con la predilezione dell’uso del bronzo, ma a differenza dell’artista di Argo, prende le distanze dal modello ideale e pone più attenzione all’introspezione del soggetto ed alla realtà circostante.

Come racconta Plinio, infatti, Lisippo avrebbe sostenuto di considerare oggetto della rappresentazione ciò che si vede. Questa propensione a guardare e raffigurare il naturale costituisce la premessa al suo spiccato interesse per la ritrattistica, un genere in cui eccelle e che gli consente di diventare l’artista prediletto di Alessandro Magno.

Accanto alla più valorosa raffigurazione dell’eroe macedone(*), lo scultore si dedica anche ai ritratti di filosofi, dove mostra una più spiccata attenzione alla resa fisionomica e psicologica.

Socrate, copia da un originale di Lisippo.

Il sentimento interiore è sempre indagato nei personaggi di Lisippo: divinità, atleti, condottieri o filosofi che siano, essi sprigionano i più variegati moti dell’animo, resi attraverso una gran intensità espressiva.

Le sue opere, inoltre, rivisitano il canone policleteo con la messa a punto di nuove proporzioni, acquisendo così movimenti più naturali e un maggior senso di libertà nello spazio. La figura umana diventa più snella e il capo si rimpicciolisce.

Queste conquiste sono particolarmente evidenti nel celebre Apoxyòmenos (*), dove è chiaramente percepibile il passaggio dalla raffigurazione classica  idealizzata alla resa dell’individualità del soggetto.

Del resto, il classicismo volge ormai al suo tramonto ed i tempi sono maturi per  l’avvio di un  nuovo linguaggio artistico fondato sul realismo e sul pathosLisippo ci traghetta dunque all’Ellenismo, la quarta ed ultima fase in cui è stato distinto lo studio della civiltà greca, un periodo di cui avremo modo di parlare nelle prossime lezioni.

Mariaelena Castellano

PER SAPERNE DI PIÙ…

(*)  IL RITRATTISTA DI ALESSANDRO MAGNO

Lisippo approda alla corte macedone quando Alessandro Magno ha soltanto sedici anni.

Una volta salito al trono, il giovane figlio di Filippo II sceglie lo scultore di Siciòne come suo artista prediletto , come attestano i numerosi ritratti che gli commissiona.

Di questa produzione ben tramandata dalle fonti restano oggi poche copie realizzate nei secoli successivi, come ad esempio “Alessandro con la lancia” un bronzo proveniente dall’Egitto e oggi conservato a Parigi, nel Museo del Louvre.

Dall’osservazione di quest’opera si può cogliere la concezione eroica e atletica che ancora anima il linguaggio di Lisippo, rinnovato però dal venir meno di quell’astrazione idealizzante tanto cara alla tradizione classica.

Anche nelle altre versioni pervenuteci, l’artista raffigura con naturalezza il valoroso condottiero, pervenendo ad una maggiore resa fisionomica. Egli trasforma inoltre un  difetto fisico di Alessandro in un’opportunità simbolica. Si tramanda, infatti, che il giovane sovrano avesse un’innaturale propensione a reclinare il capo su una spalla. Un’opera classica avrebbe ignorato l’imperfezione, mentre  Lisippo prende in considerazione questo atteggiamento per poi riproporlo come un suo guardare verso l’alto per una sorta di conversazione spirituale con le divinità.

DENTRO L'OPERA

(*)  APOXYÓMENOS  

Una testimonianza fondamentale del nuovo canone lisippeo è fornita dalla statua bronzea scolpita intorno al 320 a.C. e raffigurante l’Apoxyòmenos,  “ colui  che si deterge”.

Perduto l’originale, l’opera è nota in particolare attraverso la celebre copia romana in marmo, custodita nel Museo  Clementino, in Città del Vaticano.

L’atleta di Lisippo non gareggia, né trionfa, ma risulta impegnato in un’azione tratta dalla sua quotidianità ginnica: si deterge il sudore con uno strigile(*).

In concomitanza con tale scelta iconografica, il volto è definito con un gran carico espressivo: gli occhi, la bocca ed il naso sono ravvicinati tra loro, le ciocche di capelli sono mosse e la fronte è leggermente corrucciata per mostrare lo sforzo fisico appena effettuato.

Qui  lo schema policleteo impostato sulla tensione e sul riposo degli arti è superato.

La figura è infatti sbilanciata in avanti, dialoga con lo spazio circostante, ha una gamba flessa  e protende le braccia come se fosse realmente in grado di muoversi.

Questa sensazione è suggerita anche dal maggiore slancio conferito alla figura attraverso il rimpicciolimento della testa e la resa più snella della corporatura, secondo un’impostazione dove anche il vuoto dell’aria assume una valenza per l’effetto di dinamismo.

L’atleta non appare in posa, è naturale, ha l’atteggiamento sciolto di chi è colto di sorpresa in un momento occasionale. Eppure dietro questa spontaneità c’è uno studio attento, votato a delineare la disposizione del corpo e l’equilibrio delle sue masse.

Per la prima volta nella statuaria, la visione integra del busto risulta interrotta dalla presenza delle braccia e ciò concorre ad una piena fruizione dell’opera, pensata per essere visibile da diverse posizioni, accrescendo così l’impressione del suo movimento.

IMPARIAMO I TERMINI

(*) STRIGILE:  Strumento d’osso o di metallo, ricurvo e fornito di manico, usato nell’antichità per detergere il corpo dopo il bagno o anche dopo le gare ginniche.

VISITIAMO!

(*) L’ERCOLE FARNESE  DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI NAPOLI

Secondo quanto attestano le fonti, Lisippo si è spesso  dedicato al soggetto mitologico di Eracle, realizzandone più versioni.

Una di queste, raffigurante l’Eracle a riposo, è resa nota dalla colossale copia marmorea realizzata dal greco Glykon e custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

L’opera, rinvenuta nel XVI secolo a Roma, nelle Terme di Caracalla, entrò a far parte delle collezioni della famiglia dei Farnese.  Nel Settecento, il ricco patrimonio artistico accumulato dal nobile casato finì a Napoli,  per il passaggio ereditario a Ferdinando IV di Borbone dalla nonna materna Elisabetta Farnese.

Del cospicuo nucleo di opere  destinato al MANN  faceva parte anche la copia dell’Eracle lisippeo, nota appunto come “Ercole Farnese”.

L’eroe ha i piedi ben poggiati a terra e si erge con la sua possente muscolatura, probabilmente enfatizzata dal copista.

Eracle ha l’espressione pensierosa, il suo sguardo suggerisce un senso di intima malinconia. Il  corpo muscoloso si lascia andare a un momento di abbandono e trova appoggio sulla clava coperta dalla leonté, la pelle del mitico Leone di Nemea.

Anche in questo caso Lisippo non rappresenta un momento di gloria, ma inserisce il  soggetto in una dimensione più umana ed individuale, resa da una mirabile introspezione psicologica.